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lunedì 22 agosto 2016

Britney Spears - Glory. Recensione Album.




A quasi tre anni dall’uscita del suo discutibile progetto musicale intitolato “Britney Jean” – nel quale abbiamo conosciuto, come emblema del sodalizio con will.i.am, produzioni robotiche ed alquanto sbrigative – Britney Spears decide di prendere le distanze da queste ultime per il suo nono album, stringendo amicizia con ed affidandosi ad una schiera di produttori a lei nuovi, tra le cui fila compaiono personalità del calibro di Nick Monson, BURNS, Cashmere Cat ed altri.



È così che Britney, seppur attraverso una cover art che non rende affatto giustizia al contenuto musicale del progetto cui è associata, confeziona un album che ella stessa ha definito come "the best thing I've done in a long time" e che la spinge a confrontarsi con una varietà di linguaggi e stili in chiave musicale: “Glory”, in uscita il prossimo venerdì 26 agosto, in entrambe le versioni standard e deluxe, sia in release fisica che digitale.

Nel complesso, "Glory" non è un album dalla produzione “massiccia”, come magari ci si poteva aspettare dalla lettura dei nomi dei produttori. Lungi dall’essere pretenzioso e sofisticato, l’album si presenta come semplice, sobrio, ma, al tempo stesso, elegante e solido, mantenendo un carattere eclettico che potrebbe spiegare il motivo per il quale siano stati inseriti nell’album pezzi così eterogenei – che, però, come già anticipato, condividono una matrice comune.

Paragone permettendo, si potrebbe definire “Glory” come un "Femme Fatale" 2.0, più maturo nelle sonorità, che rinuncia alla sua corazza dubstep donatagli da Dr. Luke. Una cosa è certa: con questo disco, Britney viene assolta dal peccato mortale commesso con "Britney Jean". Sarà per caso dovuto a ciò il titolo di questo nono album?






1. “Invitation”. L’album si apre condividendo delle rassomiglianze con “Surivors” di Selena Gomez, ma in questo caso siamo accolti da un ambiente piuttosto tranquillo, diametralmente opposto al danzereccio. Abbastanza buona come traccia d’apertura, che ci serve a mantenere le aspettative sul medio-basso: la stoccata, decisamente in positivo, ce la dà la traccia seguente.

2. “Do You Wanna Come Over?”. Una delle tracce, a parer mio, portanti di questo progetto. Inutile dire che, già dal primissimo ascolto che risale a pochi giorni fa, non ho smesso un attimo di ripetere a me stesso: «Questa traccia urla “BURNS” da tutti i pori». Più che gradita l’atmosfera dark permeata dai synth e, al contempo, sensuale che si staglia su tutta la produzione, attraverso le chitarre, le percussioni tribal-house ed il bass che difficilmente riesce a farci stare fermi.

3. “Make Me...”. Purtroppo non riesco a concepire questa canzone in maniera seria grazie al video con il quale è stata sancita la condanna di una traccia che, personalmente, non avrei scelto come leading single. E va beh, è Britney: glielo perdoniamo? Assieme alla collaborazione con G-Eazy, dai.



4. “Private Show”. Una traccia simpatica che vedrei molto bene come jingle per la pubblicità del Multicentrum. È da quando circola in rete che lo penso e, conoscendomi, difficilmente cambierò idea. Per dirla in altre parole: «è carina e simpatica, ma non è il mio tipo». Molto apprezzato il tentativo di mantenersi su un profilo eclettico.

5. “Man on the Moon”. Traccia molto calma in pieno stile teen che, un po’ alla maniera di “Private Show” per il Multicentrum, vedrei bene associata ad una BGM di un ipotetico videogame ispirato a “Il Libro della Giungla”. L’atteggiamento poco maturo della traccia è ravvisabile sin dall’uso del vocoder nell’incipit.

6. “Just Love Me”. Un bel regalo da parte di Cashmere Cat, nonché una delle tracce più coinvolgenti dell’album. Semplice, d’effetto e, azzarderei, celestiale. Non ho molto da dire su questa traccia – da intendersi positivamente. Molto, ma molto apprezzata la presenza dello stesso synth di “Marry the Night” di Lady Gaga che, seppur vittima di effetti come compressione, eco, ecc., gioca a nascondino nel middle-eight.

7. “Clumsy”. La terza traccia più potente dell’album. Molto variegata, assieme alla compagna “Do You Wanna Come Over?”, «urla "BURNS" da tutti i pori». 104 BPM dalle quali, selvaggiamente, ci si lascia volentieri attraversare in e con tutto il corpo. Immaginiamo già una Britney tanto controversa quanto goffa e maldestra nei panni di suora peccatrice per un ipotetico video della canzone.

8. “Slumber Party”. Traccia molto – forse un po’ troppo – semplice che torna a farci abbassare le aspettative. Del resto, dopo “Clumsy” ci meritiamo un po’ di riposo per riprendere fiato. Lo produzione ricorda vagamente quella “Bad Decisions” di Ariana Grande, anche se nei synth che si palesano sin dall’inizio della canzone qualche rimando a quelli di “Sex for Breakfast” di Christina Aguilera è innegabile. Carina, sì, ma non regge il confronto con le tracce tra cui è stata posta.

9. “Just Like Me”. La traccia si apre con una Britney che mi ha ricordato moltissimo Melanie Martinez, per la cadenza nella parte cantata, e con delle chitarre che fanno l’occhiolino a “Devil Pray” di Madonna. Inizialmente pensavo fosse una ballad: in realtà, la traccia ha una doppia anima che si alterna tra naturali schitarrate ed un ritmo dance corroborato dal trance gate. La quarta perla dell’album, a parere di chi scrive.

10. “Love Me Down”. Qui ci ho rivisto – o, meglio, risentito – qualche eco di “Femme Fatale”, gentile concessione del bass dubstep che si fa sentire sin da subito, con un’unica differenza: qui udiamo un’impavida Britney che tenta ironicamente, ma con discreto successo, di omaggiare le sue colleghe rapper. In alcune parti, la traccia fa il verso anche a “Te Amo” di Rihanna: consapevoli anche del titolo, saranno mere coincidenze? Sta di fatto, comunque, che qui il mood è un po’ più allegro e festaiolo.

11. “Hard to Forget Ya”. Traccia che vuole deliberatamente farci saltellare, che a tratti, vagamente, ricorda gli ‘80s per l’uso dei synth e del riverbero che fa - e che vedo già perfettamente inserita in un mio futuro mashup con “Black Jesus † Amen Fashion” di Lady Gaga ed “XXXO” di M.I.A.

12. “What You Need”: qui Britney decide di mascherarsi da Ariana Grande, regalandoci un suo personale tributo a “Bang Bang”. Sarà forse questo ciò a cui allude, a canzone conclusa, sogghignando con: «That was fun»?

13. "Better". Anche qui, come in "Invitation", ci ho risentito qualcosa di "Revival" (album) di Selena Gomez: nonostante Nick Monson abbia peccato un po’ di scarsa originalità nella produzione, “Better” è una traccia spensierata che, un po' come tutte le altre del progetto, non vi impedirà di certo di ballare.

14. “Change Your Mind (No Seas Cortés)”. Come perfettamente intuibile dal titolo di questa canzone, la traccia è pervasa da un ritmo latino che non si fa affatto mancare le caratteristiche chitarre. Pur se non a primissimo impatto, è riconoscibile anche lo zampino di BURNS nella produzione. In alcune parti, Britney sfoggia uno spagnolo dalla dizione a dir poco sorprendente.

15. “Liar”: ad esclusione di quell’elemento country che fa letteralmente crollare l’apparato di serietà costruito con cura, sin dai primi secondi, attorno a tutta la traccia, “Liar” richiama perfettamente lo stile di “Rated R” di Rihanna, con un
rimando non così celato a “Piece in the Puzzle” di Koda Kumi. Decisamente immeritato il posto tra le bonus track.

16. “If You’re Dancing”. In alcune parti della traccia mi sembra quasi di sentire “Sweet Dreams” e “Run the World (Girls)” di Beyoncé, tant’è che mi viene da cantarci su: «Turn the lights on» della prima, ma la musica – letteralmente – cambia nel ritornello, in cui Britney pare abbozzare una sorta di British accent pronunciando “dancing”. La traccia è un po’ un “fritto misto”: si sentono synth raffinati fondersi con bolle di sapone, versi indecifrabili, suoni poco organici.

17. “Coupure Électrique”. Dichiaratamente un omaggio a “Blackout”, la traccia, corta, è calma, ma al tempo stesso un po’ inquietante: richiama un po’ l’atmosfera di “Paparazzi” di Lady Gaga, ma in quanto a produzione non ha nulla da spartire con Rob Fusari. Qui Britney interpreta un pezzo completamente in francese, con una voce, oserei dire, piuttosto “électrique”, in perfetta armonia con il titolo.


*Ringraziamo Yumeaki per la recensione!*

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